Tampere (Finlandia) - Prof.ssa Manfredini

Aggiornamento: 20 nov 2025

La Finlandia, si sa, è uno dei Paesi che occupa stabilmente i primi posti in qualsiasi classifica sulle competenze degli studenti. Così, quando ho avuto l’opportunità di osservare da vicino un sistema scolastico europeo, ho deciso che la mia prima esperienza sarebbe stata proprio lì, con l’obiettivo di carpirne i segreti… spoiler: non ci sono riuscita! L’impatto con una scuola finlandese è stato piuttosto estraniante: mi sentivo un alieno atterrato su un altro pianeta. La cosa che colpisce immediatamente è il silenzio assoluto che regna ovunque: silenzio in aula, nei corridoi, in mensa, durante gli intervalli. A volte si percepisce un leggero brusio o, negli spazi comuni, un sottofondo musicale. Devo ammettere che al primo impatto quel clima ovattato era musica per le mie orecchie, ma con il passare dei giorni è diventato quasi inquietante… da film dell’orrore. Insomma, mi mancava tutta la caciara che fanno gli italiani quando interagiscono.
Gli ambienti della scuola sono puliti, colorati, di design (diremmo qui a Milano), ma soprattutto sono funzionali a un sistema che prevede che gli studenti lavorino spesso fuori dall'aula (nelle loro ore buche o insieme al docente) e che vivano la scuola a 360°. Divanetti, poltroncine, baretto, ping pong, tavoli, nicchie, una sala per "rilassarsi" e staccare da tutto e tutti, una palestra con attrezzatura per fare fitness e aule di musica piene di strumenti da suonare.
La fruizione di questi spazi è possibile perché l’orario delle lezioni non è completamente pieno: non tutti seguono gli stessi corsi, alcuni sono obbligatori, altri opzionali, e la composizione può variare da studente a studente. Così, nelle ore buche, possono uscire oppure rimanere a scuola per studiare o lavorare da soli o in gruppo (ovviamente in religioso silenzio).
Anche i docenti hanno spazi di lavoro che qui in Italia si possono solo sognare: una postazione personale, una sala docenti con cucina attrezzata (che adesso abbiamo anche noi, tié), giochi in scatola, riviste, divanetti con massaggiatore per la cervicale e tazze fumanti di tè e caffè che si portano ovunque, anche in classe.
Un altro shock culturale riguarda l’alto grado di informalità nei rapporti: la dirigente e i docenti pranzano insieme nella sala insegnanti, dove campeggia una serie di foto del corpo docente anno dopo anno. Molti girano in ciabatte o babbucce di lana; sia docenti che studenti stanno in classe come fossero a casa propria.

Questo mood informale va di pari passo con un forte rispetto per gli ambienti e le cose altrui: i giubbini sono appesi vicino agli armadietti senza timore che qualcuno li rubi, idem le biciclette lasciate fuori—alcune addirittura senza catenaccio. Ma la cosa più sorprendente è che ogni studente e ogni docente possiede una chiave personale che apre le porte dell’istituto e di alcuni spazi comuni come palestre e spogliatoi. Anche io, come ospite, ne avevo una: potevo entrare autonomamente fino all’ora di chiusura, le 22. Certo, dopo essere cresciuta a pane e film horror americani, non me la sono sentita di entrare da sola di sera in una scuola semideserta.
In generale gli studenti delle scuole superiori hanno un alto grado di autonomia tanto che per esempio non chiedono il permesso per andare in bagno e possono uscire dall'istituto per poi rientrare nelle ore buche. Questo loro senso di responsabilità raggiunge il suo punto più alto (e più estremo, quasi sovrumano) in occasione degli intervalli, perché in quella scuola NON suonava la campanella, eppure gli studenti, come dei cyborg eterodiretti da un satellite, sapevano quando finiva l'intervallo e rientravano in classe puntuali, con mio sommo sbigottimento.
Questa cultura della responsabilità personale si riflette anche nella didattica. Qui non è nemmeno concepibile usare l’intelligenza artificiale per fare i compiti o copiare durante le prove. I docenti non controllano se gli esercizi vengono svolti né intervengono se qualcuno usa di nascosto il cellulare (eh sì, possono tenerlo con sé) o si distrae guardando fuori dalla finestra. La responsabilità del proprio apprendimento è interamente nelle mani dello studente.
Ogni corso dura sette settimane, durante le quali il docente affronta un modulo che si conclude con un esame. Ogni lezione dura 90 minuti (un’eternità!) e tra una lezione e l’altra ci sono 15 minuti di pausa. Le metodologie didattiche non sono particolarmente innovative—probabilmente è nella scuola dell’obbligo che utilizzano approcci più attivi—mentre nella secondaria di secondo grado le lezioni assomigliano a quelle universitarie: il docente spiega, assegna esercizi (che poi NON controlla) e l’interazione docente–studente è ridotta al minimo. Nessuno interviene, né per chiedere chiarimenti né se interpellato. Prima dell’esame finale, non ci sono verifiche intermedie, se non compiti scritti consegnati su una piattaforma digitale.
La scuola che ho visitato ha una forte componente musicale e incoraggia gli studenti a suonare uno strumento e a formare band rigorosamente rock. Le chitarre appese alle pareti sono a disposizione di tutti, trattate con cura, così come i pianoforti e gli altri strumenti nelle tre sale di musica.
Se mi si chiede come facciano gli studenti finlandesi a ottenere risultati così alti nei test OCSE-PISA… la verità è che non ho una risposta definitiva. Tuttavia, questa esperienza mi ha chiarito un punto: ogni sistema scolastico rispecchia la propria cultura e io mi sento più a mio agio nelle mie aule, sicuramente un po' sgangherate, sicuramente più rumorose, ma piene di vitalità. Tornando in Italia, mi sono reimmersa con piacere nel clima vivace e a tratti caotico delle mie classi, e mi sono resa conto che è proprio in quella energia condivisa che si costruiscono le relazioni e, con esse, l’apprendimento.
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